La strada verso l’Atlante

L’autostrada ha un suo tempo estraneo, fatto di asfalto e di motori. Intorno è terra antica, caprette smunte, sottili pastori dalle lunghe tuniche e dai cappucci a punta come monaci eremiti, zolle dure da smuovere nello sforzo dei cavalli e del vomere, case d’argilla e paglia, rosse come la terra che le circonda: povere come ovili, nobili come castelli nei fregi che il tempo e la pioggia ancora non hanno consumato. Poi, a sorpresa, l’Africa che non t’aspetti. La strada che da Marrakech porta al deserto sale verso la montagna: una serpentina di tornanti che mette il fiatone ai pochi Tir avventurosi, mentre dal rosso, intorno, il colore passa al grigio, fra colline brufolose di cespugli, roccioni dolomitici e fondali di nuvole. C’è una sbarra: “Barrière à neige ”, dice il cartello. Perché quando qui fa brutto ci vogliono gli spartineve per liberare il Tizi-n-Tichka, la rotta che scavalca l’Atlante a 2.260 metri, il passo più alto del Marocco. I rari villaggi, aggrappati alla montagna, sono fortini di pietra, li svela il fumo di un camino. E qualche bancarella è sempre pronta per il turista di passaggio. L’Atlante è un’Atlantide al contrario, una terra emersa, una miniera che attraverso il tesoro dei suoi fossili racconta la vita di 300 milioni d’anni fa, quando qui c’era il mare. Per quattro soldi si portano a casa scarafaggi pietrificati, che a guardarli, e a pensarci, gli si dà del lei. L’aria è leggera: non sa di Africa. Qualche macchina sul tetto porta gli sci. Targhe spagnole, francesi, anche italiane. Da queste parti si fa sci alpinismo, roba da gambe toste, una pista bisogna conquistarsela. Ma non c’è comodità di funivia che valga l’abbaglio di un deserto in fondo alla discesa. Un miraggio anche questo. Solo, al contrario.

© Paolo Pernigotti / MOSAIC