Miraggio

La cicogna abbandona il grande nido. Svolazza, si posa, risvolazza. Qui, ad Aït-Ben-Haddou, ci sono già venuta, ma forse allora in quel nido c’era la sua bisnonna. Avevo guardato con incanto le mura ocra sgretolate e cadenti, i merli sbreccati, i vicoli stretti tra le pareti dello ksar disabitato. Non un uomo, una donna, un cane randagio. Al villaggio, in piedi per miracolo da quattro lunghi, aridi, silenziosi secoli, si arrivava fortunosamente. Il greto del fiume si guadava a dorso d’asino. Unico segno di vita, bambini spuntati da chissà dove che ti scortavano aldilà del fiume su asinelli deperiti Poi camminavi da solo nei vicoli abbandonati, muti. Nessuno ti raccontava questo straordinario ammasso di muri cadenti, affascinante nella sua fragilità, nel suo assordante silenzio. Dovevamo immaginare tutto. Far finta di vedere ragazze con ceste sulle spalle che scendevano al fiume a lavare teli di cotone colorato. Bimbi che correvano sulle sassaie giocando e ridendo. Uomini seduti in terra che fumavano e giocavano con biglie e sassolini. Ora Aït-Ben-Haddou non la riconosco più. C’è una strada vera per arrivarci. C’è un ponte sul fiume. Le abitazioni rimesse a posto stanno in piedi, belle diritte, tronfie. I bambini… saranno a scuola. Le donne fanno da guida nelle case-museo. Gli asini non servono più. Qui hanno girato film famosi, il villaggio è entrato nei libri e nella storia, è Patrimonio dell’Umanità. E forse anche le cicogne sono cambiate, il nido magari lo fanno con fili di plastica. Ma Aït Ben Haddou resta nel mio cuore come era. Gli architetti e i registi americani non sono riusciti a far sparire il mio miraggio.

© Laura Mulassano / MOSAIC

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