E tu chiamala low cost

Abituati a anni di tirannia irlandese, a acquistare anche una lozione per le articolazioni prima di imbarcarsi per lenire le pene, a lesinare sui ricambi per non pagare un bagaglio in più, ci siamo imbattuti in una low cost diversa. Perché diversa? La risposta più ovvia è: per forza, è premium. Dove per premium si intende, in generale, qualcosa di superiore al basic. Ma non è solo così. Air Arabia è una compagnia che mette in comunicazione il Marocco con l’Europa, e con l’Italia in particolare, con Airbus 320. Casablanca è collegata con Milano-Bergamo, Torino-Cuneo, Bologna e Venezia, dove le comunità marocchine sono più forti e dove, il flusso dall’Italia, turistico e business, è più intenso. Ci sono due cose, in particolare, che rendono il volo più piacevole. La prima è il pitch di 32” (81,28 cm). Che vuol dire? Che la distanza tra un sedile e l’altro ha quella confortevole misura. Il che significa, praticamente, evitare quell’acquisto di lozione di cui si è detto sopra. La seconda è che la presentazione di sicurezza, un video in tre lingue, arabo, inglese e francese, è fatta da bambini, che simulano con piglio e un pizzico di ironia, i gesti e le parole delle hostess. Mette di buon umore, ed è seguita da tutti. Le hostess vere, al contrario, sono in cardigan e pantalone grigio, con un rossetto rosso a dare un po’ di colore.

© Valerio Griffa / MOSAIC

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41 fontane di marmo

Se Allah è grande, questa è la sua consona dimora. Nei giorni del Ramadam, su due ettari di tappeti, sotto un soffitto di cedro intarsiato che si spalanca come un miracolo alla brezza dell’oceano, nel chiarore di 50 lampade di Murano sei metri per dieci, si inginocchiano insieme oltre 20.000 fedeli. E altri 90.000 ne contiene la spianata all’esterno, sfolgorante di marmo bianco, sotto un minareto che è il più alto del mondo: 210 metri. La moschea di Casablanca è la moschea dei primati. Quando re Hassan II l’ha concepita, vent’anni fa, aveva in mente di farne il monumento alla grandezza del suo regno e aveva nel cuore un passo del Corano: “Il trono di Dio è costruito sul mare”. Così ha voluto il tempio affacciato, sospeso sull’Atlantico, l’unica moschea al mondo bagnata da un mare. Vien voglia di pregare anche a chi non sa chi, nella penombra della navata. Si respira una fede che è domestica confidenza: la moschea è anche casa di tutti. Qualcuno sonnecchia steso sui tappeti, bambini si rincorrono sulla spianata come nel loro cortile, la sala delle abluzioni, con 41 fontane di marmo, offre a molti un’occasione non solo rituale di purificazione. La moschea di Hassan II è il luogo sacro per eccellenza del Marocco. Dalla sommità del minareto, all’imbrunire, si accende un raggio laser che va a perdersi lontano: è puntato verso la Mecca, ma è anche una cometa che indica la strada ai pellegrini. E nella moschea dei primati, dove tutto è al massimo, anche i predicatori sono superstar: conoscono le parole più penetranti, sfoderano la voce più suadente. È per ascoltare loro che i fedeli arrivano da lontano, in un lungo viaggio che li porta più vicino al cielo. Qui, vicino al mare.

©  Paolo Pernigotti / MOSAIC

Dimenticare Humphrey

Lo sapevo già, ancor prima di arrivare a Casablanca: l’Humphrey Bogart di celluloide non abita più qui. Ed è inutile cercarlo anche al Rick’s Club, il mitico pianobar del film, ricostruito per la gioia dei nostalgici. L’importante è invece lasciarsi catturare da questa città atlantica. Chi ci abita la giudica invivibile, caotica, rumorosa, arretrata, inquinata. Io l’ho trovata magnifica. Eccitante. Inebriante. Una distesa di case bianche, fra cui passeggi e all’improvviso scopri un palazzo Art Déco, elegante anche se sbertucciato. Imbocchi uno dei boulevards bordati da edifici tutti marmi e cristalli, e intanto ti godi come allusioni tropicali i filari di palme altissime e ficus giganti. Il traffico, incessante e compatto fino alle ore piccole, spara a raffica una sinfonia di clacson che è musica per le mie orecchie. Incredibile. Non sono io quella che normalmente starnazza al rombo di una moto? Qui tutto mi sembra stupendamente vivo, spontaneo, festoso. Assisto, frastornata ma beata, a ingorghi pazzeschi dove Ape a tre ruote trasportano di tutto, sacchi di cemento o uova, pagnotte o passeggeri. E sbarrano il passo ai Grands Taxis, una flotta di Mercedes bianche, e ai Petits Taxis collettivi, piccole Renault rosse che sgattaiolano nel traffico, dove non sono infrequenti i Suv guidati da bionde ingioiellate. Mi fermo a riempirmi gli occhi con i contrasti di questa folla variegata: donne velate da mille colori e ragazze in jeans, tacchi alti e foulard, che fanno la coda da Amoud, il pasticcere più celebre del Nordafrica; il lustrascarpe in jellabah che si accontenta di una monetina e giovanotti bruni che fumano disinvolti, in perfetti abiti scuri, sgommando a bordo delle loro Porsche; caffè all’antica e gallerie d’arte dove si consumano i vernissage dell’alta società. Poi, giro le spalle al lusso. Mi immergo con piacere nella vecchia Medina dal recinto porticato, tra voci e intensi afrori levantini. E al tramonto vado a godermi lo specchio di mare fra la Grande Moschea e il faro bianco di El Hank, che spara il suo raggio verde mentre si accendono le lampare.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

Datteri

La piazza intorno è polverosa, quasi a sottolineare la vicinanza del deserto. Il suq, però, è un’altra cosa. Entro da una porta colorata, bianco e sabbia, verde nelle tegole smaltate. I banchi sono lì, ordinati e pieni, tutti con la stessa, preziosa merce: datteri, datteri di Erfoud. Avete presenti quelli rinsecchiti e smortini che arrivano da noi? Ecco, altro frutto, altra categoria. Questi sono il prodotto del palmeto di Tafilalet, quella grande oasi che l’acqua dell’Atlante, prima di insabbiarsi di fronte alle dune, regala. Beh, proprio regalata non è. Bisogna sudarsela, l’oasi e le sue splendide palme. Con lo scavo dei canali, con la regolazione dei flussi, con la cura per le piante. Poi, però, quel tetto verde regala ombra e la possibilità di altre coltivazioni più in basso, mentre concentra il calore estivo in quei grappoli gialli che pesano fino a 50 chili. Il suq qui è diverso dagli altri, più serietà, più competenza. Questo è un suq di produttori, non di venditori. I contadini hanno tutta la rudezza e la competenza di chi li conosce a perfezione, quei frutti color caramello. Oblunghi, rugosi, carnosi, con una pelle porcellanata, una polpa teneramente fibrosa, un nocciolo docile, che si separa facilmente e poi scivola consenziente a parte, rassegnato all’espulsione. Sono datteri Sijilmassa, qualità superiore. Assaggio, gusto, rigiro nel palato. Che differenza. Seta frusciante, sulla lingua. Ne ordino subito un chilo e poi vado a bere un tè alla menta, mentre un vecchio artigiano gentile mi snocciola le qualità delle sue teiere eleganti.

© Valerio Griffa / MOSAIC

Le tracce del passato. Remoto.

«Mi passi per favore quel piatto con le trilobiti? Guarda è proprio dietro al vassoio con gli ammoniti, sul tavolo con gli ortocerati…». Sembra arabo? Quasi, per chi non è un paleontologo. Se, invece, vi state chiedendo cosa ci facciano gli artropodi insieme con i cefalopodi siete già un passo avanti, ma non potete sicuramente immaginare il contesto generale. Siamo a Erfoud, solare centro del Marocco del Sud, regno incontrastato dei fossili del periodo Devoniano (circa a metà Paleozoico, come tutti ben sanno), una cosuccia come 400 milioni di anni fa, secolo più, secolo meno. Qui il fossile, plasmato, modellato, scalpellato con perizia e amore, diventa complemento d’arredo, non certo un mero soprammobile. Mi spiego. Da questa terra si estraggono interi blocchi di marmo pregiato, che contengono decine, centinaia di conchiglie preistoriche, i quali vengono sapientemente e pazientemente lavorati, fino a diventare tavoli, lavandini, fontane addirittura. Il materiale è fantastico. Certo, non è per tutti i gusti, e ad alcuni può sembrare strano trovare in un giardino – che so, toscano – un tavolo da esterno pieno di pesci pietrificati, ma è indubbiamente molto interessante. Ed è anche un’opportunità di business. Se, infatti, qui ci sono cavatori e artigiani abilissimi, si cerca chi sappia dare una forma artistica alle loro idee e alla materia. I tedeschi hanno già iniziato a tendere le mani verso questa produzione, commissionando pezzi di arredo pubblico. E noi italiani non possiamo farci avanti? Designer avvisato…

© Raffaella Piovan / MOSAIC

50 sfumature d’arancio

Come un muro compatto, una serie di piramidi soffici, fatte di granelli minuscoli e declinate in tutti i toni dell’arancio, s’innalza dal nulla e sfuma nell’orizzonte. Il serir, l’immensa area grigia e brulla che precede il Sahara, è piatto oltre ogni immaginazione, animato soltanto dai solchi delle jeep che arrivano dall’oasi di Merzouga. Così l’Erg Chebbi, 10.000 anni di dune, si disegna all’improvviso nella luce del tramonto. La sabbia canticchia una moltitudine di storie e plasma lo spazio intorno a me, delimitandolo finché non rimane altro che la mia essenza. Altro che infinito, qui tutto sembra contrarsi, rimpicciolirsi, annullando spazio e tempo. L’unico suono che popola il deserto, oltre a quello del silenzio, è l’immancabile vociare dei turisti, soprattutto coloro che si dilettano in una passeggiata a dorso di dromedario. Non c’è verso di farli tacere tutti contemporaneamente. Le ombre degli animali disegnano astrattismi sul terreno con un ritmo placido e ondulatorio, il vento è vivace. Si respira. Poi ci si accoccola per terra a guardare il sole, che scompare tra lingue di tutti i Paesi. Si vedrà il raggio verde? Si vede, si vede, anche se i più sono distratti. Si vorrebbe meditare, ma il dromedario brama il suo stallo e le piccole carovane riprendono il cammino, ciascuna sul suo crinale. Appena sopra l’orizzonte, Sirio si accende.

©  Raffaella Piovan / MOSAIC

Uscendo con un sorriso

Sono seminudo con la faccia sul pavimento caldo, mentre un tizio corpulento e deciso mi tiene un piede sulla schiena tirandomi le braccia verso l’alto. Ma non mi sta menando, no, anzi, mi sta facendo del bene. Si tratta di un massaggiatore coscienzioso che piega ogni mia giuntura mettendo a dura prova la capacità d’allungamento dei muscoli. A Ouarzazate m’è venuta l’ispirazione di provare quanto di più arabo ci sia, nel mio immaginario, oltre al dromedario e al deserto: un hammam, un bagno pubblico. Il bagno si trova in un quartiere popolare, qui non c’è niente di chic, e quando entro nel grande spogliatoio pieno di gente sono già sulla bocca di tutti: unico straniero e, per di più, con un paio di mutande colorate; dalle mie statistiche visive i marocchini indossano biancheria intima bianca o nera. Sì, perché siamo tutti in mutande, io e altre decine e decine di uomini e bambini di tutte le età, che la domenica sera vengono a lavarsi in un rituale igienico e collettivo che fortifica i rapporti sociali della comunità, del clan, della famiglia. Si va all’hammam in gruppi di fratelli, di cugini, padre e figli, amici e ci si lava a vicenda. All’ingresso ho comprato il guanto di crine e i saponi, quello nero emolliente all’olio d’oliva e quello più schiumoso per l’ultimo lavaggio, adesso li gestisce entrambi Ahmed, il tizio corpulento che, a pagamento, entra nel mio rito. Il vapore e l’alta temperatura mi fanno sudare, aprono i pori di una pelle che se ne va pelata via da uno scrubbing potente, mi viene in mente la pialla. Il corpo, tutto, riceve il trattamento, pure le ascelle, l’inguine, la faccia, le orecchie. Ahmed non dimentica nulla. Poi una secchiata d’acqua calda e la prima insaponata, col sapone nero, altro scrubbing, altra secchiata quasi terapeutica: sono seduto a gambe incrociate sul pavimento mentre l’acqua cade sulla testa e le spalle in tre ondate, massaggiando il corpo che si flette e rilassa. Poi il sapone, lo shampoo e altre secchiate, d’acqua più fresca. Ora ho più coscienza del corpo e dei muscoli, la pelle liberata respira. Vorrei parlare arabo, vorrei conversare come fanno tutti, mentre insaponano, lavano, massaggiano. Vorrei uscire con un sorriso, e lo faccio, più sicuro di quando titubante, e sporco, sia entrato.

© Michele Molinari / MOSAIC

Bon ton all’hammam

L’hammam è una sala tutta piastrellata dove fa molto caldo, si sta seduti per terra praticamente nudi (uomini con uomini, donne con donne) e ci si gratta il corpo con un guanto di crine ed estrema energia. Da sé o facendosi aiutare da una persona anch’essa nuda, uomo per l’uomo, donna per la donna. Io ho fatto l’esperienza in un hammam pubblico di Ouarzazate. Ecco dieci utili regolette come avviso alle potenziali bagnanti.

1. Di rigore gli slip. Alle signore non serve il reggiseno.

2. Portarsi ciabattine, asciugamano e shampoo. Il guanto di crine lo fornisce la Casa.

3. Lasciare nello spogliatoio l’asciugamano insieme con i falsi pudori.

4. Cercare il proprio spazio sul pavimento per stendervisi su un pezzo di cerata (anch’essa fornita dalla Casa) fra le cicce altrui, tutte insaponate e scivolose.

5. Se l’attendente personale non parla francese, si cerchi di entrare in sintonia con larghi sorrisi, anche quando vi lancia il sacchettino di ottimo gel all’olio d’oliva, da acchiappare al volo.

6. Difendere le parti del corpo più delicate dall’effetto grattugia dell’energica signora.

7. Sciacquarsi con secchiate d’acqua restando sedute sulla tovaglietta di plastica, e non in piedi. Benché completamente zuppe, le bagnanti non amano sentirsi schizzate.

8. Stare attente a non calpestare i bambini che giocano nudi fra mamme e nonne.

9. Non dare mance eccessive all’attendente: si rischia di scatenare un pandemonio.

10. Si uscirà più che soddisfatte. Non solo pulitissime e rilassate, ma consapevoli che, magre come noi, all’hammam non c’è nessuna.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

Il colore dello ksar

La levataccia merita. Ma al cospetto dello ksar Aït-Ben-Haddou e dei suoi effetti più speciali rimane un dubbio: è l’alba che tinge la fortezza o è la fortezza che ha i colori dell’alba? Perché li indossa ai primi raggi e non li smette più, fino al tramonto. Aït, in berbero, vuol dire famiglia. Come dire: “Casa Ben-Haddou”. Di quando, in famiglia, ci si blindava dai tanti nemici e da indesiderati ospiti con bastioni e torri. E ksar sta per abitazione fortificata. Sembra fatta con gli stampi dei bambini capovolti sulla spiaggia, ma qui non è sabbia bagnata, è terra e paglia, terra color dell’alba e pagliuzze che affiorano come lustrini d’oro. Stese sul fianco della collina, cinte dalle alte mura e protette da quattro torri d’avvistamento, le case sono collegate da scale e da vicoli stretti, tortuosi quanto basta per incanalarvi il sollievo di una brezza che arriva dal vicino torrente, labirintici quanto bastava per confondere un indesiderato straniero. C’è una moschea, ma anche una sinagoga quasi dirimpetto, e sulla sommità dell’altura, nel punto più protetto e inaccessibile, la “cassaforte” dello ksar, il granaio della comunità. Fregi e pinnacoli mostrano ancora la nobiltà dei Ben-Haddou e hanno resistito così bene allo scorrere di quattro secoli che non c’è stato bisogno di ritocchi per ambientarvi le gesta di Gesù di Nazareth, del Gladiatore e di tanti altri film in costume. Qualche terrazza ha panni stesi, otto famiglie abitano ancora nel villaggio e lo animano di vita quotidiana, di lunghe palandrane e di asinelli domestici, ma sono ormai solo anziani. Aït-Ben-Haddou sarà pure Patrimonio dell’Unesco, le schiere di turisti rimarranno pure rapite a ogni sguardo, ma nelle case non c’è gas né elettricità. E quando il cinema se ne va, con le sue carovane, qui non resta neppure la televisione. Così i giovani sono scappati. Non lontano: solo al di là del torrente, dove la luce arriva e, con una parabola, anche Maria De Filippi, dall’Italia dei sogni.

© Paolo Pernigotti / MOSAIC

 

Miraggio

La cicogna abbandona il grande nido. Svolazza, si posa, risvolazza. Qui, ad Aït-Ben-Haddou, ci sono già venuta, ma forse allora in quel nido c’era la sua bisnonna. Avevo guardato con incanto le mura ocra sgretolate e cadenti, i merli sbreccati, i vicoli stretti tra le pareti dello ksar disabitato. Non un uomo, una donna, un cane randagio. Al villaggio, in piedi per miracolo da quattro lunghi, aridi, silenziosi secoli, si arrivava fortunosamente. Il greto del fiume si guadava a dorso d’asino. Unico segno di vita, bambini spuntati da chissà dove che ti scortavano aldilà del fiume su asinelli deperiti Poi camminavi da solo nei vicoli abbandonati, muti. Nessuno ti raccontava questo straordinario ammasso di muri cadenti, affascinante nella sua fragilità, nel suo assordante silenzio. Dovevamo immaginare tutto. Far finta di vedere ragazze con ceste sulle spalle che scendevano al fiume a lavare teli di cotone colorato. Bimbi che correvano sulle sassaie giocando e ridendo. Uomini seduti in terra che fumavano e giocavano con biglie e sassolini. Ora Aït-Ben-Haddou non la riconosco più. C’è una strada vera per arrivarci. C’è un ponte sul fiume. Le abitazioni rimesse a posto stanno in piedi, belle diritte, tronfie. I bambini… saranno a scuola. Le donne fanno da guida nelle case-museo. Gli asini non servono più. Qui hanno girato film famosi, il villaggio è entrato nei libri e nella storia, è Patrimonio dell’Umanità. E forse anche le cicogne sono cambiate, il nido magari lo fanno con fili di plastica. Ma Aït Ben Haddou resta nel mio cuore come era. Gli architetti e i registi americani non sono riusciti a far sparire il mio miraggio.

© Laura Mulassano / MOSAIC