Bon ton all’hammam

L’hammam è una sala tutta piastrellata dove fa molto caldo, si sta seduti per terra praticamente nudi (uomini con uomini, donne con donne) e ci si gratta il corpo con un guanto di crine ed estrema energia. Da sé o facendosi aiutare da una persona anch’essa nuda, uomo per l’uomo, donna per la donna. Io ho fatto l’esperienza in un hammam pubblico di Ouarzazate. Ecco dieci utili regolette come avviso alle potenziali bagnanti.

1. Di rigore gli slip. Alle signore non serve il reggiseno.

2. Portarsi ciabattine, asciugamano e shampoo. Il guanto di crine lo fornisce la Casa.

3. Lasciare nello spogliatoio l’asciugamano insieme con i falsi pudori.

4. Cercare il proprio spazio sul pavimento per stendervisi su un pezzo di cerata (anch’essa fornita dalla Casa) fra le cicce altrui, tutte insaponate e scivolose.

5. Se l’attendente personale non parla francese, si cerchi di entrare in sintonia con larghi sorrisi, anche quando vi lancia il sacchettino di ottimo gel all’olio d’oliva, da acchiappare al volo.

6. Difendere le parti del corpo più delicate dall’effetto grattugia dell’energica signora.

7. Sciacquarsi con secchiate d’acqua restando sedute sulla tovaglietta di plastica, e non in piedi. Benché completamente zuppe, le bagnanti non amano sentirsi schizzate.

8. Stare attente a non calpestare i bambini che giocano nudi fra mamme e nonne.

9. Non dare mance eccessive all’attendente: si rischia di scatenare un pandemonio.

10. Si uscirà più che soddisfatte. Non solo pulitissime e rilassate, ma consapevoli che, magre come noi, all’hammam non c’è nessuna.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

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Il colore dello ksar

La levataccia merita. Ma al cospetto dello ksar Aït-Ben-Haddou e dei suoi effetti più speciali rimane un dubbio: è l’alba che tinge la fortezza o è la fortezza che ha i colori dell’alba? Perché li indossa ai primi raggi e non li smette più, fino al tramonto. Aït, in berbero, vuol dire famiglia. Come dire: “Casa Ben-Haddou”. Di quando, in famiglia, ci si blindava dai tanti nemici e da indesiderati ospiti con bastioni e torri. E ksar sta per abitazione fortificata. Sembra fatta con gli stampi dei bambini capovolti sulla spiaggia, ma qui non è sabbia bagnata, è terra e paglia, terra color dell’alba e pagliuzze che affiorano come lustrini d’oro. Stese sul fianco della collina, cinte dalle alte mura e protette da quattro torri d’avvistamento, le case sono collegate da scale e da vicoli stretti, tortuosi quanto basta per incanalarvi il sollievo di una brezza che arriva dal vicino torrente, labirintici quanto bastava per confondere un indesiderato straniero. C’è una moschea, ma anche una sinagoga quasi dirimpetto, e sulla sommità dell’altura, nel punto più protetto e inaccessibile, la “cassaforte” dello ksar, il granaio della comunità. Fregi e pinnacoli mostrano ancora la nobiltà dei Ben-Haddou e hanno resistito così bene allo scorrere di quattro secoli che non c’è stato bisogno di ritocchi per ambientarvi le gesta di Gesù di Nazareth, del Gladiatore e di tanti altri film in costume. Qualche terrazza ha panni stesi, otto famiglie abitano ancora nel villaggio e lo animano di vita quotidiana, di lunghe palandrane e di asinelli domestici, ma sono ormai solo anziani. Aït-Ben-Haddou sarà pure Patrimonio dell’Unesco, le schiere di turisti rimarranno pure rapite a ogni sguardo, ma nelle case non c’è gas né elettricità. E quando il cinema se ne va, con le sue carovane, qui non resta neppure la televisione. Così i giovani sono scappati. Non lontano: solo al di là del torrente, dove la luce arriva e, con una parabola, anche Maria De Filippi, dall’Italia dei sogni.

© Paolo Pernigotti / MOSAIC

 

Miraggio

La cicogna abbandona il grande nido. Svolazza, si posa, risvolazza. Qui, ad Aït-Ben-Haddou, ci sono già venuta, ma forse allora in quel nido c’era la sua bisnonna. Avevo guardato con incanto le mura ocra sgretolate e cadenti, i merli sbreccati, i vicoli stretti tra le pareti dello ksar disabitato. Non un uomo, una donna, un cane randagio. Al villaggio, in piedi per miracolo da quattro lunghi, aridi, silenziosi secoli, si arrivava fortunosamente. Il greto del fiume si guadava a dorso d’asino. Unico segno di vita, bambini spuntati da chissà dove che ti scortavano aldilà del fiume su asinelli deperiti Poi camminavi da solo nei vicoli abbandonati, muti. Nessuno ti raccontava questo straordinario ammasso di muri cadenti, affascinante nella sua fragilità, nel suo assordante silenzio. Dovevamo immaginare tutto. Far finta di vedere ragazze con ceste sulle spalle che scendevano al fiume a lavare teli di cotone colorato. Bimbi che correvano sulle sassaie giocando e ridendo. Uomini seduti in terra che fumavano e giocavano con biglie e sassolini. Ora Aït-Ben-Haddou non la riconosco più. C’è una strada vera per arrivarci. C’è un ponte sul fiume. Le abitazioni rimesse a posto stanno in piedi, belle diritte, tronfie. I bambini… saranno a scuola. Le donne fanno da guida nelle case-museo. Gli asini non servono più. Qui hanno girato film famosi, il villaggio è entrato nei libri e nella storia, è Patrimonio dell’Umanità. E forse anche le cicogne sono cambiate, il nido magari lo fanno con fili di plastica. Ma Aït Ben Haddou resta nel mio cuore come era. Gli architetti e i registi americani non sono riusciti a far sparire il mio miraggio.

© Laura Mulassano / MOSAIC

La ragazza dell’argan

Mentre il pullmino arranca sui tornanti dell’Atlante verso il passo di Tizi-n-Tichka, a un tratto grido «Stop!». Ho adocchiato un gruppetto di ragazze che si sbracciano davanti a una casetta in pietra con la scritta “Huile d’argan”. È il celebre olio che pare faccia miracoli per la pelle e i capelli e che da noi costa un occhio. Scendo veloce e subito intavolo una conversazione con la tipetta più sveglia. Nel suo francese arabeggiante mi dice che si chiama Khadija e vuole mostrare a me e ai miei amici i suoi prodotti di beauté: una quantità di flaconi e vasetti ordinatamente disposti sugli scaffali all’interno. Siamo tutti soggiogati. Come abili vendeuses, Khadija e le altre cominciano a illustrare le proprietà di oli e creme per nutrire la pelle di viso e corpo, le virtù di lozioni e impacchi utilissimi a irrobustire e rendere luminose le chiome. Sono tutti ricavati dalla bacca coltivata nel sudovest marocchino e lavorata dalla Cooperative Feminine Huile d’Argan in un programma di attività economica per le donne. Intanto le più anziane, accovacciate a terra, a titolo dimostrativo hanno preso a schiacciare le bacche con una piccola e ingegnosa mola di pietra, da cui cola la polpa fluida che viene subito filtrata. Fra l’odore caldo, profumato di olio e nocciole, e il parlottare gentile delle ragazze, infagottate nei foulard e negli indumenti montanari, si crea tra loro e noi un’atmosfera spontanea di sorrisi e gesti delicati che è quasi commovente e supera ogni barriera linguistica. «Veux-tu de l’amlou? On le mange avec le pain», vuoi dell’amlou? Si mangia con il pane, mi chiede Khadija, mostrandomi un vasetto colmo di una strana emulsione. È una crema di argan, miele e mandorle tritate. Devo avere un’aria perplessa: «Mais oui, c’est la Nutella berbère!», mi spiega pazientemente Khadija. Che volete, sono straniera e un po’ imbranata.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

 

Fabbrica di sogni 1 e 2

Uno

Non ci potevo credere. Era lì, davanti a me, trasandata e quasi dimenticata, con un angelo che cadeva a faccia in giù, in attesa che qualcuno gli mettesse un po’ di colla per riportarlo nella posizione originaria. Era l’Arca dell’Alleanza, l’unica e sola, quella che rifulge e punisce nel film I predatori dell’arca perduta. E la potevo toccare. Giaceva, tesoro fra i “tesssssori”, nei magazzini degli Cla Studios di Ouarzazate, fiorente centro dell’industria cinematografica che ha visto realizzarsi tra queste sabbie sottili i sogni impalpabili di Lawrence d’Arabia, Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha, solo per fare alcuni esempi. Qui si respira l’aria della vera finzione, guardando la serie di Ferrari di cartapesta e polistirolo allineate sotto il sole, in attesa di essere fatte esplodere in qualche film di James Bond. E vengono i brividi al solo occhieggiare il sarcofago con il cadavere dell’esploratore mangiato dagli scarabei carnivori nella Mummia del 1999. Per ogni amante della settima arte è il paradiso.

Due

“ Io sono stato un immortale!”, mi dice con orgoglio e senza nessuna ironia Tarek, di professione comparsa. Lui sì che ha parlato e “combattuto” per Daenerys Targaryen, la lunare e medieval-seminuda regina dei Dothraki, Madre dei draghi, nell’acclamatissimo Trono di spade. Grandioso. Qui, dove un’abbondante parte della cittadinanza è apparsa o appare in qualche film, è bellissimo parlare con le persone che lavorano al Museo del Cinema, fiore all’occhiello di Ouarzazate. Narrano con nonchalance di attori famosi, di pellicole immortali come se fossero cose di famiglia e forse lo sono. Oppure no. Ma non importa la differenza tra vero e verosimile, in questo luogo rosso della terra del deserto, moderno e vivace, ben distante dall’oasi romantica del mio immaginario. Le storie che vi si fabbricano, letteralmente, sono molto più suggestive.

© Raffaella Piovan / MOSAIC