50 sfumature d’arancio

Come un muro compatto, una serie di piramidi soffici, fatte di granelli minuscoli e declinate in tutti i toni dell’arancio, s’innalza dal nulla e sfuma nell’orizzonte. Il serir, l’immensa area grigia e brulla che precede il Sahara, è piatto oltre ogni immaginazione, animato soltanto dai solchi delle jeep che arrivano dall’oasi di Merzouga. Così l’Erg Chebbi, 10.000 anni di dune, si disegna all’improvviso nella luce del tramonto. La sabbia canticchia una moltitudine di storie e plasma lo spazio intorno a me, delimitandolo finché non rimane altro che la mia essenza. Altro che infinito, qui tutto sembra contrarsi, rimpicciolirsi, annullando spazio e tempo. L’unico suono che popola il deserto, oltre a quello del silenzio, è l’immancabile vociare dei turisti, soprattutto coloro che si dilettano in una passeggiata a dorso di dromedario. Non c’è verso di farli tacere tutti contemporaneamente. Le ombre degli animali disegnano astrattismi sul terreno con un ritmo placido e ondulatorio, il vento è vivace. Si respira. Poi ci si accoccola per terra a guardare il sole, che scompare tra lingue di tutti i Paesi. Si vedrà il raggio verde? Si vede, si vede, anche se i più sono distratti. Si vorrebbe meditare, ma il dromedario brama il suo stallo e le piccole carovane riprendono il cammino, ciascuna sul suo crinale. Appena sopra l’orizzonte, Sirio si accende.

©  Raffaella Piovan / MOSAIC

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