L’Atlante dei cedri

© Niccolò Pagani / MOSAIC

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La ragazza dell’argan

Mentre il pullmino arranca sui tornanti dell’Atlante verso il passo di Tizi-n-Tichka, a un tratto grido «Stop!». Ho adocchiato un gruppetto di ragazze che si sbracciano davanti a una casetta in pietra con la scritta “Huile d’argan”. È il celebre olio che pare faccia miracoli per la pelle e i capelli e che da noi costa un occhio. Scendo veloce e subito intavolo una conversazione con la tipetta più sveglia. Nel suo francese arabeggiante mi dice che si chiama Khadija e vuole mostrare a me e ai miei amici i suoi prodotti di beauté: una quantità di flaconi e vasetti ordinatamente disposti sugli scaffali all’interno. Siamo tutti soggiogati. Come abili vendeuses, Khadija e le altre cominciano a illustrare le proprietà di oli e creme per nutrire la pelle di viso e corpo, le virtù di lozioni e impacchi utilissimi a irrobustire e rendere luminose le chiome. Sono tutti ricavati dalla bacca coltivata nel sudovest marocchino e lavorata dalla Cooperative Feminine Huile d’Argan in un programma di attività economica per le donne. Intanto le più anziane, accovacciate a terra, a titolo dimostrativo hanno preso a schiacciare le bacche con una piccola e ingegnosa mola di pietra, da cui cola la polpa fluida che viene subito filtrata. Fra l’odore caldo, profumato di olio e nocciole, e il parlottare gentile delle ragazze, infagottate nei foulard e negli indumenti montanari, si crea tra loro e noi un’atmosfera spontanea di sorrisi e gesti delicati che è quasi commovente e supera ogni barriera linguistica. «Veux-tu de l’amlou? On le mange avec le pain», vuoi dell’amlou? Si mangia con il pane, mi chiede Khadija, mostrandomi un vasetto colmo di una strana emulsione. È una crema di argan, miele e mandorle tritate. Devo avere un’aria perplessa: «Mais oui, c’est la Nutella berbère!», mi spiega pazientemente Khadija. Che volete, sono straniera e un po’ imbranata.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

 

La strada verso l’Atlante

L’autostrada ha un suo tempo estraneo, fatto di asfalto e di motori. Intorno è terra antica, caprette smunte, sottili pastori dalle lunghe tuniche e dai cappucci a punta come monaci eremiti, zolle dure da smuovere nello sforzo dei cavalli e del vomere, case d’argilla e paglia, rosse come la terra che le circonda: povere come ovili, nobili come castelli nei fregi che il tempo e la pioggia ancora non hanno consumato. Poi, a sorpresa, l’Africa che non t’aspetti. La strada che da Marrakech porta al deserto sale verso la montagna: una serpentina di tornanti che mette il fiatone ai pochi Tir avventurosi, mentre dal rosso, intorno, il colore passa al grigio, fra colline brufolose di cespugli, roccioni dolomitici e fondali di nuvole. C’è una sbarra: “Barrière à neige ”, dice il cartello. Perché quando qui fa brutto ci vogliono gli spartineve per liberare il Tizi-n-Tichka, la rotta che scavalca l’Atlante a 2.260 metri, il passo più alto del Marocco. I rari villaggi, aggrappati alla montagna, sono fortini di pietra, li svela il fumo di un camino. E qualche bancarella è sempre pronta per il turista di passaggio. L’Atlante è un’Atlantide al contrario, una terra emersa, una miniera che attraverso il tesoro dei suoi fossili racconta la vita di 300 milioni d’anni fa, quando qui c’era il mare. Per quattro soldi si portano a casa scarafaggi pietrificati, che a guardarli, e a pensarci, gli si dà del lei. L’aria è leggera: non sa di Africa. Qualche macchina sul tetto porta gli sci. Targhe spagnole, francesi, anche italiane. Da queste parti si fa sci alpinismo, roba da gambe toste, una pista bisogna conquistarsela. Ma non c’è comodità di funivia che valga l’abbaglio di un deserto in fondo alla discesa. Un miraggio anche questo. Solo, al contrario.

© Paolo Pernigotti / MOSAIC