Casablanca 1

©  Angela Prati / MOSAIC

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41 fontane di marmo

Se Allah è grande, questa è la sua consona dimora. Nei giorni del Ramadam, su due ettari di tappeti, sotto un soffitto di cedro intarsiato che si spalanca come un miracolo alla brezza dell’oceano, nel chiarore di 50 lampade di Murano sei metri per dieci, si inginocchiano insieme oltre 20.000 fedeli. E altri 90.000 ne contiene la spianata all’esterno, sfolgorante di marmo bianco, sotto un minareto che è il più alto del mondo: 210 metri. La moschea di Casablanca è la moschea dei primati. Quando re Hassan II l’ha concepita, vent’anni fa, aveva in mente di farne il monumento alla grandezza del suo regno e aveva nel cuore un passo del Corano: “Il trono di Dio è costruito sul mare”. Così ha voluto il tempio affacciato, sospeso sull’Atlantico, l’unica moschea al mondo bagnata da un mare. Vien voglia di pregare anche a chi non sa chi, nella penombra della navata. Si respira una fede che è domestica confidenza: la moschea è anche casa di tutti. Qualcuno sonnecchia steso sui tappeti, bambini si rincorrono sulla spianata come nel loro cortile, la sala delle abluzioni, con 41 fontane di marmo, offre a molti un’occasione non solo rituale di purificazione. La moschea di Hassan II è il luogo sacro per eccellenza del Marocco. Dalla sommità del minareto, all’imbrunire, si accende un raggio laser che va a perdersi lontano: è puntato verso la Mecca, ma è anche una cometa che indica la strada ai pellegrini. E nella moschea dei primati, dove tutto è al massimo, anche i predicatori sono superstar: conoscono le parole più penetranti, sfoderano la voce più suadente. È per ascoltare loro che i fedeli arrivano da lontano, in un lungo viaggio che li porta più vicino al cielo. Qui, vicino al mare.

©  Paolo Pernigotti / MOSAIC

Dimenticare Humphrey

Lo sapevo già, ancor prima di arrivare a Casablanca: l’Humphrey Bogart di celluloide non abita più qui. Ed è inutile cercarlo anche al Rick’s Club, il mitico pianobar del film, ricostruito per la gioia dei nostalgici. L’importante è invece lasciarsi catturare da questa città atlantica. Chi ci abita la giudica invivibile, caotica, rumorosa, arretrata, inquinata. Io l’ho trovata magnifica. Eccitante. Inebriante. Una distesa di case bianche, fra cui passeggi e all’improvviso scopri un palazzo Art Déco, elegante anche se sbertucciato. Imbocchi uno dei boulevards bordati da edifici tutti marmi e cristalli, e intanto ti godi come allusioni tropicali i filari di palme altissime e ficus giganti. Il traffico, incessante e compatto fino alle ore piccole, spara a raffica una sinfonia di clacson che è musica per le mie orecchie. Incredibile. Non sono io quella che normalmente starnazza al rombo di una moto? Qui tutto mi sembra stupendamente vivo, spontaneo, festoso. Assisto, frastornata ma beata, a ingorghi pazzeschi dove Ape a tre ruote trasportano di tutto, sacchi di cemento o uova, pagnotte o passeggeri. E sbarrano il passo ai Grands Taxis, una flotta di Mercedes bianche, e ai Petits Taxis collettivi, piccole Renault rosse che sgattaiolano nel traffico, dove non sono infrequenti i Suv guidati da bionde ingioiellate. Mi fermo a riempirmi gli occhi con i contrasti di questa folla variegata: donne velate da mille colori e ragazze in jeans, tacchi alti e foulard, che fanno la coda da Amoud, il pasticcere più celebre del Nordafrica; il lustrascarpe in jellabah che si accontenta di una monetina e giovanotti bruni che fumano disinvolti, in perfetti abiti scuri, sgommando a bordo delle loro Porsche; caffè all’antica e gallerie d’arte dove si consumano i vernissage dell’alta società. Poi, giro le spalle al lusso. Mi immergo con piacere nella vecchia Medina dal recinto porticato, tra voci e intensi afrori levantini. E al tramonto vado a godermi lo specchio di mare fra la Grande Moschea e il faro bianco di El Hank, che spara il suo raggio verde mentre si accendono le lampare.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC