Datteri

La piazza intorno è polverosa, quasi a sottolineare la vicinanza del deserto. Il suq, però, è un’altra cosa. Entro da una porta colorata, bianco e sabbia, verde nelle tegole smaltate. I banchi sono lì, ordinati e pieni, tutti con la stessa, preziosa merce: datteri, datteri di Erfoud. Avete presenti quelli rinsecchiti e smortini che arrivano da noi? Ecco, altro frutto, altra categoria. Questi sono il prodotto del palmeto di Tafilalet, quella grande oasi che l’acqua dell’Atlante, prima di insabbiarsi di fronte alle dune, regala. Beh, proprio regalata non è. Bisogna sudarsela, l’oasi e le sue splendide palme. Con lo scavo dei canali, con la regolazione dei flussi, con la cura per le piante. Poi, però, quel tetto verde regala ombra e la possibilità di altre coltivazioni più in basso, mentre concentra il calore estivo in quei grappoli gialli che pesano fino a 50 chili. Il suq qui è diverso dagli altri, più serietà, più competenza. Questo è un suq di produttori, non di venditori. I contadini hanno tutta la rudezza e la competenza di chi li conosce a perfezione, quei frutti color caramello. Oblunghi, rugosi, carnosi, con una pelle porcellanata, una polpa teneramente fibrosa, un nocciolo docile, che si separa facilmente e poi scivola consenziente a parte, rassegnato all’espulsione. Sono datteri Sijilmassa, qualità superiore. Assaggio, gusto, rigiro nel palato. Che differenza. Seta frusciante, sulla lingua. Ne ordino subito un chilo e poi vado a bere un tè alla menta, mentre un vecchio artigiano gentile mi snocciola le qualità delle sue teiere eleganti.

© Valerio Griffa / MOSAIC

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