Datteri

La piazza intorno è polverosa, quasi a sottolineare la vicinanza del deserto. Il suq, però, è un’altra cosa. Entro da una porta colorata, bianco e sabbia, verde nelle tegole smaltate. I banchi sono lì, ordinati e pieni, tutti con la stessa, preziosa merce: datteri, datteri di Erfoud. Avete presenti quelli rinsecchiti e smortini che arrivano da noi? Ecco, altro frutto, altra categoria. Questi sono il prodotto del palmeto di Tafilalet, quella grande oasi che l’acqua dell’Atlante, prima di insabbiarsi di fronte alle dune, regala. Beh, proprio regalata non è. Bisogna sudarsela, l’oasi e le sue splendide palme. Con lo scavo dei canali, con la regolazione dei flussi, con la cura per le piante. Poi, però, quel tetto verde regala ombra e la possibilità di altre coltivazioni più in basso, mentre concentra il calore estivo in quei grappoli gialli che pesano fino a 50 chili. Il suq qui è diverso dagli altri, più serietà, più competenza. Questo è un suq di produttori, non di venditori. I contadini hanno tutta la rudezza e la competenza di chi li conosce a perfezione, quei frutti color caramello. Oblunghi, rugosi, carnosi, con una pelle porcellanata, una polpa teneramente fibrosa, un nocciolo docile, che si separa facilmente e poi scivola consenziente a parte, rassegnato all’espulsione. Sono datteri Sijilmassa, qualità superiore. Assaggio, gusto, rigiro nel palato. Che differenza. Seta frusciante, sulla lingua. Ne ordino subito un chilo e poi vado a bere un tè alla menta, mentre un vecchio artigiano gentile mi snocciola le qualità delle sue teiere eleganti.

© Valerio Griffa / MOSAIC

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Le tracce del passato. Remoto.

«Mi passi per favore quel piatto con le trilobiti? Guarda è proprio dietro al vassoio con gli ammoniti, sul tavolo con gli ortocerati…». Sembra arabo? Quasi, per chi non è un paleontologo. Se, invece, vi state chiedendo cosa ci facciano gli artropodi insieme con i cefalopodi siete già un passo avanti, ma non potete sicuramente immaginare il contesto generale. Siamo a Erfoud, solare centro del Marocco del Sud, regno incontrastato dei fossili del periodo Devoniano (circa a metà Paleozoico, come tutti ben sanno), una cosuccia come 400 milioni di anni fa, secolo più, secolo meno. Qui il fossile, plasmato, modellato, scalpellato con perizia e amore, diventa complemento d’arredo, non certo un mero soprammobile. Mi spiego. Da questa terra si estraggono interi blocchi di marmo pregiato, che contengono decine, centinaia di conchiglie preistoriche, i quali vengono sapientemente e pazientemente lavorati, fino a diventare tavoli, lavandini, fontane addirittura. Il materiale è fantastico. Certo, non è per tutti i gusti, e ad alcuni può sembrare strano trovare in un giardino – che so, toscano – un tavolo da esterno pieno di pesci pietrificati, ma è indubbiamente molto interessante. Ed è anche un’opportunità di business. Se, infatti, qui ci sono cavatori e artigiani abilissimi, si cerca chi sappia dare una forma artistica alle loro idee e alla materia. I tedeschi hanno già iniziato a tendere le mani verso questa produzione, commissionando pezzi di arredo pubblico. E noi italiani non possiamo farci avanti? Designer avvisato…

© Raffaella Piovan / MOSAIC

50 sfumature d’arancio

Come un muro compatto, una serie di piramidi soffici, fatte di granelli minuscoli e declinate in tutti i toni dell’arancio, s’innalza dal nulla e sfuma nell’orizzonte. Il serir, l’immensa area grigia e brulla che precede il Sahara, è piatto oltre ogni immaginazione, animato soltanto dai solchi delle jeep che arrivano dall’oasi di Merzouga. Così l’Erg Chebbi, 10.000 anni di dune, si disegna all’improvviso nella luce del tramonto. La sabbia canticchia una moltitudine di storie e plasma lo spazio intorno a me, delimitandolo finché non rimane altro che la mia essenza. Altro che infinito, qui tutto sembra contrarsi, rimpicciolirsi, annullando spazio e tempo. L’unico suono che popola il deserto, oltre a quello del silenzio, è l’immancabile vociare dei turisti, soprattutto coloro che si dilettano in una passeggiata a dorso di dromedario. Non c’è verso di farli tacere tutti contemporaneamente. Le ombre degli animali disegnano astrattismi sul terreno con un ritmo placido e ondulatorio, il vento è vivace. Si respira. Poi ci si accoccola per terra a guardare il sole, che scompare tra lingue di tutti i Paesi. Si vedrà il raggio verde? Si vede, si vede, anche se i più sono distratti. Si vorrebbe meditare, ma il dromedario brama il suo stallo e le piccole carovane riprendono il cammino, ciascuna sul suo crinale. Appena sopra l’orizzonte, Sirio si accende.

©  Raffaella Piovan / MOSAIC

Fabbrica di sogni 1 e 2

Uno

Non ci potevo credere. Era lì, davanti a me, trasandata e quasi dimenticata, con un angelo che cadeva a faccia in giù, in attesa che qualcuno gli mettesse un po’ di colla per riportarlo nella posizione originaria. Era l’Arca dell’Alleanza, l’unica e sola, quella che rifulge e punisce nel film I predatori dell’arca perduta. E la potevo toccare. Giaceva, tesoro fra i “tesssssori”, nei magazzini degli Cla Studios di Ouarzazate, fiorente centro dell’industria cinematografica che ha visto realizzarsi tra queste sabbie sottili i sogni impalpabili di Lawrence d’Arabia, Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha, solo per fare alcuni esempi. Qui si respira l’aria della vera finzione, guardando la serie di Ferrari di cartapesta e polistirolo allineate sotto il sole, in attesa di essere fatte esplodere in qualche film di James Bond. E vengono i brividi al solo occhieggiare il sarcofago con il cadavere dell’esploratore mangiato dagli scarabei carnivori nella Mummia del 1999. Per ogni amante della settima arte è il paradiso.

Due

“ Io sono stato un immortale!”, mi dice con orgoglio e senza nessuna ironia Tarek, di professione comparsa. Lui sì che ha parlato e “combattuto” per Daenerys Targaryen, la lunare e medieval-seminuda regina dei Dothraki, Madre dei draghi, nell’acclamatissimo Trono di spade. Grandioso. Qui, dove un’abbondante parte della cittadinanza è apparsa o appare in qualche film, è bellissimo parlare con le persone che lavorano al Museo del Cinema, fiore all’occhiello di Ouarzazate. Narrano con nonchalance di attori famosi, di pellicole immortali come se fossero cose di famiglia e forse lo sono. Oppure no. Ma non importa la differenza tra vero e verosimile, in questo luogo rosso della terra del deserto, moderno e vivace, ben distante dall’oasi romantica del mio immaginario. Le storie che vi si fabbricano, letteralmente, sono molto più suggestive.

© Raffaella Piovan / MOSAIC

 

 

Il Sogno Arabo che ami tu

Credevo di arrivare al bivacco Xaluca, mi sono trovata in un sogno. All’imbrunire le jeep mi hanno scaricata al limitare di un compatto agglomerato di tende, annidato fra le dune. E subito è cominciato il canto di benvenuto dei giovani berberi dalle djellaba candide, ritmato da sonagli e tamburi; subito mi ha accolto l’aroma del fuoco nel grande braciere e il sorriso dei famigli con vassoi di datteri e tè alla menta. Letteralmente m’incanto quando, sollevato un pesante cortinaggio, mi trovo nel mio regno di una notte: una vasta tenda, ovattata di tappeti e luci soffuse, il lettone con cuscini e soffici coperte sotto un drappeggio di veli, la bella conca di ceramica con acqua corrente, e poi la doccia e tutto quanto occorre a una toilette all’insegna di privacy e comfort. Manca un principe arabo (o una donzella velata, a seconda dei casi) e sarebbe perfetto! Intorno al fuoco, il canto ora vibra veloce, ora si smorza nelle melodie che accompagnano la cena. Sono servita di tutto punto alla tavola imbandita con eleganza: zuppa di verdura, tajine di montone alle prugne, couscous, dolcetti al miele e ottimo vino marocchino. Dopo, nonostante il freddo, resto abbacinata col naso all’insù a contare le stelle, abbracciata alla borsa dell’acqua calda, provvidenziale amica della notte. Mi sveglio alle 5 – sono la prima del gruppo – in attesa di partire a dromedario e cogliere il primo raggio di sole sulle dune. Ed è allora che scocca in un istante il vero sogno. L’accampamento è immobile sotto la luna, brillano le braci nella cenere, qualcuno intona sottovoce una nenia dolcissima. Il cielo, ancora nero e stellato, si schiarisce a oriente di un bordo color perla sfumato di viola. Tre dromedari, in fila con i loro cammellieri, avanzano controluce in silenzio sulla grande duna. Sono i Re Magi in eterno cammino? Lacrime agli occhi.

© Maria Luisa Bonacchi – MOSAIC