Panoramic views

© Paolo Negri / MOSAIC

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50 sfumature d’arancio

Come un muro compatto, una serie di piramidi soffici, fatte di granelli minuscoli e declinate in tutti i toni dell’arancio, s’innalza dal nulla e sfuma nell’orizzonte. Il serir, l’immensa area grigia e brulla che precede il Sahara, è piatto oltre ogni immaginazione, animato soltanto dai solchi delle jeep che arrivano dall’oasi di Merzouga. Così l’Erg Chebbi, 10.000 anni di dune, si disegna all’improvviso nella luce del tramonto. La sabbia canticchia una moltitudine di storie e plasma lo spazio intorno a me, delimitandolo finché non rimane altro che la mia essenza. Altro che infinito, qui tutto sembra contrarsi, rimpicciolirsi, annullando spazio e tempo. L’unico suono che popola il deserto, oltre a quello del silenzio, è l’immancabile vociare dei turisti, soprattutto coloro che si dilettano in una passeggiata a dorso di dromedario. Non c’è verso di farli tacere tutti contemporaneamente. Le ombre degli animali disegnano astrattismi sul terreno con un ritmo placido e ondulatorio, il vento è vivace. Si respira. Poi ci si accoccola per terra a guardare il sole, che scompare tra lingue di tutti i Paesi. Si vedrà il raggio verde? Si vede, si vede, anche se i più sono distratti. Si vorrebbe meditare, ma il dromedario brama il suo stallo e le piccole carovane riprendono il cammino, ciascuna sul suo crinale. Appena sopra l’orizzonte, Sirio si accende.

©  Raffaella Piovan / MOSAIC

Il Sogno Arabo che ami tu

Credevo di arrivare al bivacco Xaluca, mi sono trovata in un sogno. All’imbrunire le jeep mi hanno scaricata al limitare di un compatto agglomerato di tende, annidato fra le dune. E subito è cominciato il canto di benvenuto dei giovani berberi dalle djellaba candide, ritmato da sonagli e tamburi; subito mi ha accolto l’aroma del fuoco nel grande braciere e il sorriso dei famigli con vassoi di datteri e tè alla menta. Letteralmente m’incanto quando, sollevato un pesante cortinaggio, mi trovo nel mio regno di una notte: una vasta tenda, ovattata di tappeti e luci soffuse, il lettone con cuscini e soffici coperte sotto un drappeggio di veli, la bella conca di ceramica con acqua corrente, e poi la doccia e tutto quanto occorre a una toilette all’insegna di privacy e comfort. Manca un principe arabo (o una donzella velata, a seconda dei casi) e sarebbe perfetto! Intorno al fuoco, il canto ora vibra veloce, ora si smorza nelle melodie che accompagnano la cena. Sono servita di tutto punto alla tavola imbandita con eleganza: zuppa di verdura, tajine di montone alle prugne, couscous, dolcetti al miele e ottimo vino marocchino. Dopo, nonostante il freddo, resto abbacinata col naso all’insù a contare le stelle, abbracciata alla borsa dell’acqua calda, provvidenziale amica della notte. Mi sveglio alle 5 – sono la prima del gruppo – in attesa di partire a dromedario e cogliere il primo raggio di sole sulle dune. Ed è allora che scocca in un istante il vero sogno. L’accampamento è immobile sotto la luna, brillano le braci nella cenere, qualcuno intona sottovoce una nenia dolcissima. Il cielo, ancora nero e stellato, si schiarisce a oriente di un bordo color perla sfumato di viola. Tre dromedari, in fila con i loro cammellieri, avanzano controluce in silenzio sulla grande duna. Sono i Re Magi in eterno cammino? Lacrime agli occhi.

© Maria Luisa Bonacchi – MOSAIC