Panoramic views

© Paolo Negri / MOSAIC

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Uscendo con un sorriso

Sono seminudo con la faccia sul pavimento caldo, mentre un tizio corpulento e deciso mi tiene un piede sulla schiena tirandomi le braccia verso l’alto. Ma non mi sta menando, no, anzi, mi sta facendo del bene. Si tratta di un massaggiatore coscienzioso che piega ogni mia giuntura mettendo a dura prova la capacità d’allungamento dei muscoli. A Ouarzazate m’è venuta l’ispirazione di provare quanto di più arabo ci sia, nel mio immaginario, oltre al dromedario e al deserto: un hammam, un bagno pubblico. Il bagno si trova in un quartiere popolare, qui non c’è niente di chic, e quando entro nel grande spogliatoio pieno di gente sono già sulla bocca di tutti: unico straniero e, per di più, con un paio di mutande colorate; dalle mie statistiche visive i marocchini indossano biancheria intima bianca o nera. Sì, perché siamo tutti in mutande, io e altre decine e decine di uomini e bambini di tutte le età, che la domenica sera vengono a lavarsi in un rituale igienico e collettivo che fortifica i rapporti sociali della comunità, del clan, della famiglia. Si va all’hammam in gruppi di fratelli, di cugini, padre e figli, amici e ci si lava a vicenda. All’ingresso ho comprato il guanto di crine e i saponi, quello nero emolliente all’olio d’oliva e quello più schiumoso per l’ultimo lavaggio, adesso li gestisce entrambi Ahmed, il tizio corpulento che, a pagamento, entra nel mio rito. Il vapore e l’alta temperatura mi fanno sudare, aprono i pori di una pelle che se ne va pelata via da uno scrubbing potente, mi viene in mente la pialla. Il corpo, tutto, riceve il trattamento, pure le ascelle, l’inguine, la faccia, le orecchie. Ahmed non dimentica nulla. Poi una secchiata d’acqua calda e la prima insaponata, col sapone nero, altro scrubbing, altra secchiata quasi terapeutica: sono seduto a gambe incrociate sul pavimento mentre l’acqua cade sulla testa e le spalle in tre ondate, massaggiando il corpo che si flette e rilassa. Poi il sapone, lo shampoo e altre secchiate, d’acqua più fresca. Ora ho più coscienza del corpo e dei muscoli, la pelle liberata respira. Vorrei parlare arabo, vorrei conversare come fanno tutti, mentre insaponano, lavano, massaggiano. Vorrei uscire con un sorriso, e lo faccio, più sicuro di quando titubante, e sporco, sia entrato.

© Michele Molinari / MOSAIC

Miraggio

La cicogna abbandona il grande nido. Svolazza, si posa, risvolazza. Qui, ad Aït-Ben-Haddou, ci sono già venuta, ma forse allora in quel nido c’era la sua bisnonna. Avevo guardato con incanto le mura ocra sgretolate e cadenti, i merli sbreccati, i vicoli stretti tra le pareti dello ksar disabitato. Non un uomo, una donna, un cane randagio. Al villaggio, in piedi per miracolo da quattro lunghi, aridi, silenziosi secoli, si arrivava fortunosamente. Il greto del fiume si guadava a dorso d’asino. Unico segno di vita, bambini spuntati da chissà dove che ti scortavano aldilà del fiume su asinelli deperiti Poi camminavi da solo nei vicoli abbandonati, muti. Nessuno ti raccontava questo straordinario ammasso di muri cadenti, affascinante nella sua fragilità, nel suo assordante silenzio. Dovevamo immaginare tutto. Far finta di vedere ragazze con ceste sulle spalle che scendevano al fiume a lavare teli di cotone colorato. Bimbi che correvano sulle sassaie giocando e ridendo. Uomini seduti in terra che fumavano e giocavano con biglie e sassolini. Ora Aït-Ben-Haddou non la riconosco più. C’è una strada vera per arrivarci. C’è un ponte sul fiume. Le abitazioni rimesse a posto stanno in piedi, belle diritte, tronfie. I bambini… saranno a scuola. Le donne fanno da guida nelle case-museo. Gli asini non servono più. Qui hanno girato film famosi, il villaggio è entrato nei libri e nella storia, è Patrimonio dell’Umanità. E forse anche le cicogne sono cambiate, il nido magari lo fanno con fili di plastica. Ma Aït Ben Haddou resta nel mio cuore come era. Gli architetti e i registi americani non sono riusciti a far sparire il mio miraggio.

© Laura Mulassano / MOSAIC

Fabbrica di sogni 1 e 2

Uno

Non ci potevo credere. Era lì, davanti a me, trasandata e quasi dimenticata, con un angelo che cadeva a faccia in giù, in attesa che qualcuno gli mettesse un po’ di colla per riportarlo nella posizione originaria. Era l’Arca dell’Alleanza, l’unica e sola, quella che rifulge e punisce nel film I predatori dell’arca perduta. E la potevo toccare. Giaceva, tesoro fra i “tesssssori”, nei magazzini degli Cla Studios di Ouarzazate, fiorente centro dell’industria cinematografica che ha visto realizzarsi tra queste sabbie sottili i sogni impalpabili di Lawrence d’Arabia, Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha, solo per fare alcuni esempi. Qui si respira l’aria della vera finzione, guardando la serie di Ferrari di cartapesta e polistirolo allineate sotto il sole, in attesa di essere fatte esplodere in qualche film di James Bond. E vengono i brividi al solo occhieggiare il sarcofago con il cadavere dell’esploratore mangiato dagli scarabei carnivori nella Mummia del 1999. Per ogni amante della settima arte è il paradiso.

Due

“ Io sono stato un immortale!”, mi dice con orgoglio e senza nessuna ironia Tarek, di professione comparsa. Lui sì che ha parlato e “combattuto” per Daenerys Targaryen, la lunare e medieval-seminuda regina dei Dothraki, Madre dei draghi, nell’acclamatissimo Trono di spade. Grandioso. Qui, dove un’abbondante parte della cittadinanza è apparsa o appare in qualche film, è bellissimo parlare con le persone che lavorano al Museo del Cinema, fiore all’occhiello di Ouarzazate. Narrano con nonchalance di attori famosi, di pellicole immortali come se fossero cose di famiglia e forse lo sono. Oppure no. Ma non importa la differenza tra vero e verosimile, in questo luogo rosso della terra del deserto, moderno e vivace, ben distante dall’oasi romantica del mio immaginario. Le storie che vi si fabbricano, letteralmente, sono molto più suggestive.

© Raffaella Piovan / MOSAIC