La ragazza dell’argan

Mentre il pullmino arranca sui tornanti dell’Atlante verso il passo di Tizi-n-Tichka, a un tratto grido «Stop!». Ho adocchiato un gruppetto di ragazze che si sbracciano davanti a una casetta in pietra con la scritta “Huile d’argan”. È il celebre olio che pare faccia miracoli per la pelle e i capelli e che da noi costa un occhio. Scendo veloce e subito intavolo una conversazione con la tipetta più sveglia. Nel suo francese arabeggiante mi dice che si chiama Khadija e vuole mostrare a me e ai miei amici i suoi prodotti di beauté: una quantità di flaconi e vasetti ordinatamente disposti sugli scaffali all’interno. Siamo tutti soggiogati. Come abili vendeuses, Khadija e le altre cominciano a illustrare le proprietà di oli e creme per nutrire la pelle di viso e corpo, le virtù di lozioni e impacchi utilissimi a irrobustire e rendere luminose le chiome. Sono tutti ricavati dalla bacca coltivata nel sudovest marocchino e lavorata dalla Cooperative Feminine Huile d’Argan in un programma di attività economica per le donne. Intanto le più anziane, accovacciate a terra, a titolo dimostrativo hanno preso a schiacciare le bacche con una piccola e ingegnosa mola di pietra, da cui cola la polpa fluida che viene subito filtrata. Fra l’odore caldo, profumato di olio e nocciole, e il parlottare gentile delle ragazze, infagottate nei foulard e negli indumenti montanari, si crea tra loro e noi un’atmosfera spontanea di sorrisi e gesti delicati che è quasi commovente e supera ogni barriera linguistica. «Veux-tu de l’amlou? On le mange avec le pain», vuoi dell’amlou? Si mangia con il pane, mi chiede Khadija, mostrandomi un vasetto colmo di una strana emulsione. È una crema di argan, miele e mandorle tritate. Devo avere un’aria perplessa: «Mais oui, c’est la Nutella berbère!», mi spiega pazientemente Khadija. Che volete, sono straniera e un po’ imbranata.

© Maria Luisa Bonacchi / MOSAIC

 

Annunci