Panoramic views

© Paolo Negri / MOSAIC

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Il colore dello ksar

La levataccia merita. Ma al cospetto dello ksar Aït-Ben-Haddou e dei suoi effetti più speciali rimane un dubbio: è l’alba che tinge la fortezza o è la fortezza che ha i colori dell’alba? Perché li indossa ai primi raggi e non li smette più, fino al tramonto. Aït, in berbero, vuol dire famiglia. Come dire: “Casa Ben-Haddou”. Di quando, in famiglia, ci si blindava dai tanti nemici e da indesiderati ospiti con bastioni e torri. E ksar sta per abitazione fortificata. Sembra fatta con gli stampi dei bambini capovolti sulla spiaggia, ma qui non è sabbia bagnata, è terra e paglia, terra color dell’alba e pagliuzze che affiorano come lustrini d’oro. Stese sul fianco della collina, cinte dalle alte mura e protette da quattro torri d’avvistamento, le case sono collegate da scale e da vicoli stretti, tortuosi quanto basta per incanalarvi il sollievo di una brezza che arriva dal vicino torrente, labirintici quanto bastava per confondere un indesiderato straniero. C’è una moschea, ma anche una sinagoga quasi dirimpetto, e sulla sommità dell’altura, nel punto più protetto e inaccessibile, la “cassaforte” dello ksar, il granaio della comunità. Fregi e pinnacoli mostrano ancora la nobiltà dei Ben-Haddou e hanno resistito così bene allo scorrere di quattro secoli che non c’è stato bisogno di ritocchi per ambientarvi le gesta di Gesù di Nazareth, del Gladiatore e di tanti altri film in costume. Qualche terrazza ha panni stesi, otto famiglie abitano ancora nel villaggio e lo animano di vita quotidiana, di lunghe palandrane e di asinelli domestici, ma sono ormai solo anziani. Aït-Ben-Haddou sarà pure Patrimonio dell’Unesco, le schiere di turisti rimarranno pure rapite a ogni sguardo, ma nelle case non c’è gas né elettricità. E quando il cinema se ne va, con le sue carovane, qui non resta neppure la televisione. Così i giovani sono scappati. Non lontano: solo al di là del torrente, dove la luce arriva e, con una parabola, anche Maria De Filippi, dall’Italia dei sogni.

© Paolo Pernigotti / MOSAIC

 

Miraggio

La cicogna abbandona il grande nido. Svolazza, si posa, risvolazza. Qui, ad Aït-Ben-Haddou, ci sono già venuta, ma forse allora in quel nido c’era la sua bisnonna. Avevo guardato con incanto le mura ocra sgretolate e cadenti, i merli sbreccati, i vicoli stretti tra le pareti dello ksar disabitato. Non un uomo, una donna, un cane randagio. Al villaggio, in piedi per miracolo da quattro lunghi, aridi, silenziosi secoli, si arrivava fortunosamente. Il greto del fiume si guadava a dorso d’asino. Unico segno di vita, bambini spuntati da chissà dove che ti scortavano aldilà del fiume su asinelli deperiti Poi camminavi da solo nei vicoli abbandonati, muti. Nessuno ti raccontava questo straordinario ammasso di muri cadenti, affascinante nella sua fragilità, nel suo assordante silenzio. Dovevamo immaginare tutto. Far finta di vedere ragazze con ceste sulle spalle che scendevano al fiume a lavare teli di cotone colorato. Bimbi che correvano sulle sassaie giocando e ridendo. Uomini seduti in terra che fumavano e giocavano con biglie e sassolini. Ora Aït-Ben-Haddou non la riconosco più. C’è una strada vera per arrivarci. C’è un ponte sul fiume. Le abitazioni rimesse a posto stanno in piedi, belle diritte, tronfie. I bambini… saranno a scuola. Le donne fanno da guida nelle case-museo. Gli asini non servono più. Qui hanno girato film famosi, il villaggio è entrato nei libri e nella storia, è Patrimonio dell’Umanità. E forse anche le cicogne sono cambiate, il nido magari lo fanno con fili di plastica. Ma Aït Ben Haddou resta nel mio cuore come era. Gli architetti e i registi americani non sono riusciti a far sparire il mio miraggio.

© Laura Mulassano / MOSAIC